Posted by: winterrabbit | 22, Aprile, 2008

Italia 2008

Così antifascisti da sembrare fascisti di Michele Brambilla

Qualcuno la attribuisce a Mino Maccari, qualcun altro a Ennio Flaiano. Ma se la paternità della battuta è incerta, l’efficacia è a volte certissima: «In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti». Quello di cui ci occupiamo oggi è uno di quei casi in cui la battuta funziona. Lo raccontiamo prendendo per mano il lettore, accompagnandolo passo dopo passo, perché altrimenti in lui sorgerebbe il dubbio di essere finito su scherzi a parte. Invece è tutto vero, come si può facilmente verificare. Basta entrare in Internet e collegarsi al sito ufficiale dell’Anpi, associazione nazionale partigiani: www.anpi.it. Parlo dell’Anpi nazionale, non di una qualche sezione locale gestita magari da un tizio un po’ sopra le righe. Dunque. Entrate nel sito, vi apparirà una home page e sentirete in sottofondo le note di fischia il vento/ urla la bufera/ scarpe rotte/ eppur bisogna andar. È una musica che desta una certa emozione, lo dico senza alcuna ironia, anche don Camillo si commuoveva quando dalla piazza del paese arrivavano le note dell’Internazionale suonata dalla banda comunale. Torniamo alla home page dell’Anpi. La prima notizia è l’annuncio della manifestazione programmata per il 25 aprile. Un link rimanda al «Manifesto unitario delle forze democratiche antifasciste»: è il documento ufficiale della «grande manifestazione nazionale», in programma a Milano venerdì prossimo.

Il manifesto comincia con un ricordo dei giorni che furono. Il nazifascismo, la lotta di liberazione, il sacrificio di decine di migliaia di partigiani, infine il risultato di quella lotta: la Costituzione («fra le più avanzate di quelle esistenti») e la nascita della democrazia. Dopo di che si arriva ai giorni nostri. E qui citiamo testualmente dal «manifesto unitario»: Ma a sessant’anni dal primo gennaio 1948, da quando essa entrò in vigore, l’Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più i rischi per la tenuta del sistema democratico, come evidenti si manifestano le difficoltà per il suo indispensabile rinnovamento. Permangono, d’altro canto, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i “repubblichini”, sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati (…). Conclusione: «Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 aprile anniversario della Liberazione assume il valore di una ricorrenza non formale. Nel ricordo dei Caduti ci rivolgiamo ai democratici, agli antifascisti, per una mobilitazione straordinaria in tutto il Paese». Dunque quella di venerdì non sarà la solita commemorazione della Resistenza, ma una ricorrenza «non formale», una manifestazione «straordinaria». Questo perché il momento è eccezionale, «l’Italia sta correndo nuovi pericoli», «la tenuta del sistema democratico» è «a rischio». Berlusconi come Mussolini? Bossi come Hitler? Maroni come Kesselring? Alemanno come Kappler?

Ci sarebbe da sorridere, se non fosse che ogni volta che il centrodestra vince le elezioni in Italia si rispolverano bella ciao e lo spettro delle deportazioni, la fine della democrazia e il ritorno del mito della razza. Ci sarebbe da sorridere, se non fosse per l’impressionante dispiegamento di firme a sostegno di questo «manifesto unitario» che chiama l’Italia in piazza contro la ri-nascente dittatura: oltre all’Anpi e a tutte le associazioni combattentistiche e partigiane, Pd, Prc, Sdi, PdCI, Sd, Verdi, Italia dei Valori, Cgil, Cisl e Uil, Arci, Acli e tanti altri ancora, abbiamo citato solo quelli che rappresentano tutto il centro sinistra e la sinistra istituzionali. Ieri il segretario della Uil Lombardia si è dissociato, e c’è da sperare che oggi molti altri seguano il suo esempio. Purtroppo però l’equiparazione vittoria del centrodestra-fine della democrazia non è solo una trovata di qualche funzionario dell’Anpi e di partito, ma una fissazione di gran parte del mondo progressista italiano, specie quello più influente nei giornali, nella cultura, nel mondo degli spettacoli. Fissazioni che danneggiano anche (e forse soprattutto) la stessa memoria storica della lotta al nazismo e al fascismo; certamente la danneggiano più di qualsiasi testo revisionista. La Resistenza viene gettata nel ridicolo non dai libri di Giampaolo Pansa, paragonato a uno Starace quando non a un Goebbels, ma da questi «comitati permanenti» sempre in lotta contro orbaci e camicie nere che esistono solo nella loro fantasia.

Accanto al ridicolo c’è però un aspetto inquietante. Nel «Manifesto unitario», così come in tanti discorsi o articoli, si fa riferimento ai valori della democrazia, ma i primi a non rispettare la democrazia, e a invocare contro di essa l’uso della piazza, sono proprio coloro che non accettano l’esito di una consultazione elettorale. Chi va a governare ci va perché così ha voluto il popolo italiano, non perché ha fatto un colpo di Stato. E se si giustifica l’esito del voto con i «condizionamenti» delle televisioni, si torna a cadere nel ridicolo: da quando c’è il bipolarismo, si è andati a votare cinque volte, e gli italiani hanno sempre scelto una volta una coalizione, e una volta quell’altra. Priva al tempo stesso del senso del ridicolo e dell’accettazione della volontà popolare, è questa sinistra - più che Maccari o Flaiano - ad aver dato vita al detto popolare secondo il quale tra fascisti e antifascisti, perlomeno quanto a intolleranza, non c’è poi tanta differenza.

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Anche i ragazzini vengono arruolati dai partigiani… per continuare a percepire i compensi dello stato…

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Posted by: winterrabbit | 22, Aprile, 2008

Ciccio piacione Rutelli

Due anni da ministro: tagli di nastri e nomine bloccate dalla Corte dei conti di Roberto Scafuri

Si tralasci il carrierismo, le conversioni, il cinismo, lo snobismo e l’arroganza. Che resta da dire di Francesco Rutelli, come politico? Che ci ha provato. Ma di Rutelli «grande amministratore» della cosa pubblica? Chi c’era quando il cosiddetto «Piacione» dominava il Campidoglio, ricorda tagli di nastri e interviste in tivù. Concerti al centro e il solito degrado a largo raggio. Se la memoria fosse svanita, si prenda ad esempio il periodo recente nel quale il Nostro si è insediato al ministero dei Beni culturali. Il più delicato e prestigioso dei Palazzi, visto che sovrintende alla tutela dell’unica risorsa nella quale l’Italia è il primo Paese al mondo. La legge rimpianta dai funzionari di via del Collegio Romano resta quella del ’39, cui Giovanni Spadolini nel ’75 dette in qualche modo forma ministeriale, ritagliando competenze per lo più dalla Pubblica istruzione. «Due anni di governo della sinistra stanno portando a compimento lo smantellamento del ministero», è la frase che si sente più ripetere oggi in quegli uffici. Una débâcle vissuta un po’ come fatale, visto che nel corso dei decenni, piuttosto che nominare i dirigenti periferici (il 40 per cento delle sedi sono vuote), si è passati di riorganizzazione in riorganizzazione. Con un obbiettivo costante: aumentare le poltronissime al centro, specie quelle di Direttore generale, manager con stipendi da 140mila euro l’anno in su. Con l’ultimo ministro, però, la situazione sembra essere addirittura precipitata. Che dire? Lui ci ha provato. A tagliare nastri e a inventare spedizioni internazionali per finire sui tg. Sul resto, il decisionismo di Rutelli si è manifestato soprattutto negli ultimi mesi. Guarda caso, alle prime arie di crisi di governo. A dicembre, la nomina di 35 direttori generali con decorrenza primo gennaio. Ma la Corte dei conti lo scorso 18 aprile ha bloccato le nomine, riscontrando numerosi rilievi di procedura, ma anche di sostanza. In particolare, la designazione «non ha tenuto conto delle opzioni avanzate dai dirigenti, senza motivarne il perché». In soldoni, ha deciso il ministero dove mandare chi, e non si sa il perché. Bazzecole, se confrontate alla frenesia che prende Rutelli quando si apre la campagna elettorale. Il 31 marzo il ministro inforna 216 nomine di ogni ordine e rango, con scelte che mandano in tilt la struttura interna. In Toscana, per esempio, viene nominata ad Arezzo la dottoressa Vittoria Garibaldi, storica dell’arte che per quattro volte ha provato il concorso di dirigente. Costante nei risultati: sempre bocciata. A tutelare le bellezze della Penisola amalfitana, le grotte di tufo eccetera, viene chiamata una specialista: l’architetto Anna Maria Affanni, già indagata dalla Procura di Latina, assieme a familiari, perché avrebbe trasformato un’antica grotta in villa. Speriamo che sia innocente. In Calabria, l’architetto Giuseppe Zampino, poverino: ancora alle prese con grane giudiziarie. A Roma viene promossa l’architetto Federica Galloni, responsabile della costruzione degli ascensori al Vittoriano, opera bocciata dal Consiglio superiore dei Beni culturali. Nomine che fanno imbufalire i funzionari interni, perché nella maggioranza dei casi si tratta di personale senza titoli. E che i sindacati (Uil, Cisl e Confsal) cercano di denunciare al pubblico ludibrio. Ma il ministro non guarda in faccia a nessuno e si prodiga per la raccolta di voti a largo raggio. Talmente largo, che decide di far prendere quattro funzionari della Regione Sicilia, dunque di un’altra amministrazione, e farli «paracadutare» per motivi urgenti in regioni del Nord prive di dirigenti da anni. La questione è più semplice di quanto appaia: Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia attendono da anni i dirigenti perché il ministero da anni non fa concorsi pubblici. Quando alla fine ne viene bandito uno, la situazione potrebbe essere tamponata, secondo legge, con incarichi temporanei ai funzionari interni. Inopinatamente, il ministero decide invece di prendere tre funzionari messinesi e uno palermitano senza titoli dirigenziali, se ne accolla i relativi stipendi più onerosi, e aspetta che si integrino e conoscano il territorio e la macchina ministeriale. Alla faccia dell’urgenza. Quando saranno utili a qualcosa, il risultato sarà deprimente per l’erario, perché i posti messi in bando tra gli aspiranti interni saranno già occupati dai quattro siciliani, e i quattro avranno aggirato la regola per la quale nei ruoli di dirigenza si accede solo attraverso concorso e resteranno in poltronissima. Peccato che la Sicilia non abbia riconosciuto al ministro la messe di voti sperata. Anzi, secondo i sindacati interni circa 12mila voti di centrosinistra avrebbero abbandonato il Pd. Un disastro e un fiasco. Anzi, un Franciasco.

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Posted by: winterrabbit | 22, Aprile, 2008

La sua rimonta

Veltroni non si è accorto che ha perso: «Pd forte al Nord, i nodi sono al Sud» di Gianandrea Zagato

Niente Partito democratico del Nord. Non c’è bisogno, fa sapere Walter Veltroni. È roba vecchia. Quelli del loft, sostiene il segretario, hanno già «parlato un linguaggio nuovo, che la parte attiva del Paese ha capito». Sì, avete letto bene: secondo Veltroni, il 13 e 14 aprile «siamo riusciti a segnare una discontinuità» al Nord che, attenzione, è «segno dell’ascolto che abbiamo fatto sui temi posti dal Nord e che il vecchio centrosinistra non aveva ascoltato». Naturalmente, avverte Walter, adesso «dobbiamo lavorare, continuando con quel linguaggio riformista che è propriamente nostro». Virgolettati che si traducono nella nascita di «un forte coordinamento tra i segretari regionali, i sindaci, i presidenti di Regione e Provincia, che promuoverà iniziative politiche e culturali». Già, la questione settentrionale si declina in un paio di convegni per meditarci su e, perché no, pure nel «bisogno di strutturarsi meglio» del Pd: «Costituiremo sedi che tengano insieme la promozione di iniziative» e che «dovrà avvenire dal Nord al Sud». Anzi, «se si fa un’analisi più attenta dei dati elettorali si vede che abbiamo avuto più problemi nel Sud e non nel Nord». E giù con «l’incremento del 5,8 per cento in Liguria, del 5,7 in Lombardia, del 5,1 in Friuli, del 4,6 in Piemonte e del 3,9 in Veneto»: «Noi rilanciamo la sfida al Nord partendo dal punto più alto mai avuto in questo Paese».

Sorridono i cronisti costretti ad assistere al soliloquio veltroniano, mentre i segretari regionali del Pd - convocati a Milano per affrontare la questione del Nord - applaudono alla «secessione mancata» e alla loro nuova poltroncina nel coordinamento che «affronterà alcune priorità come la pressione fiscale, il problema delle infrastrutture, la semplificazione amministrativa». «Priorità» che «il centrosinistra in passato non aveva ascoltato» e che, ça va sans dire, il Pd aveva nel suo programma elettorale. Inutile ricordare al segretario Veltroni che l’idea del coordinamento è un déjà vu e riporta alla mente l’ufficio per la questione settentrionale che i Ds aprirono a Milano e affidarono a Pietro Folena. Risultato? Qualche uscita pubblica, comparsate televisive e, nel 2001, la candidatura di Folena non all’ombra della Madonnina ma in quel di Manfredonia. Quello che, volontà di Veltroni, viene replicato nonostante Filippo Penati, presidente della Provincia, abbia segnalato l’inutilità di aprire un ufficio nel cuore di Milano e, piuttosto, la necessità di «imitare la Lega»: «Bisogna riconoscere la specificità del Nord e serve una politica che dia risposte specifiche» ossia «non si chiede un decentramento del quartier generale, serve un partito che attorno alla proposta sul Nord annunciata da Veltroni costruisca una nuova classe dirigente e dia risposte alle urgenze di questi territori». Parole al vento: lo sbarco di Veltroni a Milano è solo un gesto simbolico, con tanto di annuncio che il Pd guarda all’Udc per fare «un’opposizione intelligente», dopo aver fatto «una rivoluzione dolce in quattro mesi, con tanta attenzione per la vita della povera gente». Chiaro a tutti che anche stavolta non si cambia copione e il loft romano diventa un milanesissimo pied à terre, una stanzetta per raccontarsela e magari continuare a pensare che, al Nord, ci sono sempre e solo dei baluba.

Posted by: winterrabbit | 18, Ottobre, 2007

Imposizioni

Prodi: “Troppi ministri? Me li imposero Fassino e Rutelli”. E rinvia i tagli 

Roma -«Questo è un problema mio» e «in questo momento non cambio niente». Il premier Romano Prodi, intervistato da l’Espresso ancora una volta rinvia a tempi migliori un eventuale riduzione della squadra di governo. Convinto anche che Piero «Fassino per doti e spirito di sacrifico si meriterebbe molto di più» che un posto nell’esecutivo, fosse anche da vicepremier. «Quando sarà il momento - risponde Prodi sul dimezzamento dei ministri- provvederò io a ripensare la struttura del governo». Non certamente ora. Perché «Il governo - sottolinea Prodi - adesso funziona. Ho già ridotto molte spese. Io stesso, come tutti sanno, avevo proposto un governo di soli quindici ministri. Oggi sono venticinque». E racconta: «Me lo ricordo bene - dice il Professore - il giorno che Fassino e Rutelli entrarono nella mia stanza e mi dissero: devi dare nove ministri ai Ds e sei alla Margherita. E il resto è venuto da sè».

“Governo a casa solo se cade in parlamento”.  Il governo Prodi andrà a casa solo a causa di un voto in Parlamento. Nel colloquio con Giampaolo Pansa su L’Espresso, il premier risponde affermativamente alla domanda se è vero che andrà via solo quando sarà chiaro a tutto il paese che il governo Prodi è stato distrutto dai suoi alleati riottosi. Spiega infatti Prodi: «Sì, se questa distruzione si manifesterà con un voto Parlamentare. Altrimenti no, io rimango qui».

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Posted by: winterrabbit | 18, Ottobre, 2007

Bugie

Il grande inganno di Nicola Porro

Il Consiglio dei ministri ha votato, quasi compatto, a favore di una grande, gigantesca bugia. Ha deciso che i giovani di oggi, indipendentemente dal proprio lavoro e dai contributi previdenziali versati, al momento della pensione avranno un assegno pari ad almeno il 60 per cento dei loro ultimi stipendi. Si tratta di un inganno che si regge sulla semplice circostanza che quando i giovani di oggi diventeranno vecchi, i vecchi che ci governano non ci saranno più. E non saranno quindi chiamati a pagare la cambiale che hanno sottoscritto con tanta generosità. Mentre in Italia si consumava dunque lo stanco rito della concertazione, dall’altra parte dell’Oceano il Fondo monetario internazionale faceva a pezzi la nostra politica economica, notando tre cose.

1. L’Italia ha rallentato il suo percorso verso il risanamento dei conti pubblici.

2. Il maggior gettito fiscale di quest’anno è stato utilizzato male.

3. La crescita italiana è stata e sarà molto inferiore a quella degli altri Paesi europei.

Il fatto che l’Italia non sia un fenomeno nella tenuta dei suoi conti pubblici non è un unicum di questo governo, così come la crescita economica bassa. L’originalità del disastro è sul lato fiscale: proprio ieri l’Ocse ricordava come in Italia la pressione sia la più alta tra i Paesi esaminati. Un sacrificio che ha compromesso il reddito disponibile dei contribuenti, ha reso la nostra crescita economica ancora più faticosa e per di più non ha minimamente contribuito a migliorare i bilanci. Mentre Padoa-Schioppa era in volo per Washington, sede del Fondo, il governo dunque ballava sui tesoretti degli italiani a ostriche e champagne. Regalava, come visto, promesse inattuabili ai giovani di oggi e comprava così con l’assenso di sindacati e Confindustria qualche altro mese di vita. Nel frattempo in Parlamento si capiva che una delle altre labili promesse di risparmio, e cioè quella di unificare tutti gli enti previdenziali in un solo organismo, veniva meno. Tanto per completezza, il solo funzionamento dei diversi enti previdenziali costa 6 miliardi di euro l’anno. Ebbene in questo clima conforta poco sapere «che la concertazione produce risultati», come trionfalisticamente ha notato il ministro del Lavoro, Cesare Damiano.

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Posted by: winterrabbit | 18, Ottobre, 2007

Europa

L’epitaffio per l’europa di Walter Laqueur 

La denatalità associata all’immigrazione fuori controllo potrebbe segnare la fine della civiltà europea, avverte lo storico Walter Laqueur, autore di fondamentali studi sull’Europa del dopoguerra, l’antisemitismo e il terrorismo, nel suo nuovo libro The Last Days of Europe: Epitaph for an Old Continent, appena pubblicato dalla casa editrice Thomas Dunne di New York (p. 256, $ 25,95). In questo suo amaro epitaffio sul destino del vecchio continente, Laqueur spiega che la persistente stagnazione dell’economia, il prolungato calo delle nascite e la mancata integrazione dell’immigrazione musulmana rappresentano i sintomi di una grave crisi, che potrebbe mettere a rischio l’identità storica del vecchio continente. Un’analisi di questo genere sarebbe apparsa, fino a pochi anni fa, come una provocazione. All’inizio del nuovo millennio gli intellettuali più ascoltati indicavano nell’Europa la potenza guida del XXI secolo. L’Unione Europea, secondo questa visione, avrebbe assunto la leadership mondiale non con la forza militare, ma grazie al “potere trasformativo” del suo superiore sistema sociale, che il resto del mondo avrebbe imitato. Molti studiosi americani, come Jeremy Rifkin, Paul Krugman, Charles Kupchan, Tony Judt o Mark Leonard (quest’ultimo autore nel 2005 di un libro intitolato proprio Why Europe Will Run the 21st Century) esortavano gli Stati Uniti a correggere i propri difetti prendendo l’Unione Europea come modello. Questa opinione era condivisa dalla maggioranza dei dirigenti politici europei. Nel marzo del 2000 i primi ministri dei governi europei si incontrarono a Lisbona per discutere delle strategie per i prossimi dieci anni. Il consenso generale era che l’Europa sarebbe diventata l’economia più competitiva e dinamica del mondo. Fra tante previsioni trionfalistiche, non venne detta una parola sulla grave situazione demografica e sulle tensioni crescenti con le comunità dei musulmani immigrati.

Walter Laqueur si chiede come siano potute nascere quelle allucinazioni. Col passar del tempo il welfare state europeo è diventato sempre più costoso, la tassazione sempre più elevata, l’economia sempre più regolamentata. L’invecchiamento della popolazione e il calo della forza-lavoro giovanile suonano come una condanna a morte per il gravoso sistema assistenziale europeo. Oggi appare chiaro che l’Europa non ha alcuna possibilità di competere con gli Stati Uniti sul piano economico o geopolitico, e che fatica persino a reggere la concorrenza della Cina e dell’India. Fin dalla fine degli anni Ottanta gli esperti in demografia, come i francesi Alfred Sauvy e Jean-Claude Chesnais o il tedesco Herwig Birg, avevano suonato l’allarme, spiegando che l’Europa non stava riproducendosi a sufficienza. I loro avvertimenti però non vennero mai presi seriamente in considerazione dalle classi politiche, perché gli effetti negativi del calo demografico si sentono nel lungo periodo, ma gli uomini politici raramente guardano al di là dei quattro o cinque anni che li separano dalle elezioni successive. Eppure, osserva Laqueur, una semplice passeggiata per le città europee dà subito l’idea di quanti bambini in meno di un tempo ci siano.

Al calo delle nascite si aggiunge l’arrivo di una massiccia immigrazione che sta cambiando il volto del paesaggio urbano. Un turista che tornasse a visitare le capitali europee dopo un’assenza di trent’anni, scrive Laqueur, farebbe fatica a riconoscere gli stessi luoghi. Intere aree di Londra, Parigi o Berlino oggi si presentano ai visitatori con l’aspetto, i suoni e gli odori simili a quelli del Cairo, di Karachi o di Dacca: moschee e minareti, donne vestite con l’hijab, macellai halal, ristoranti kebab, Aladin cafè e Marhaba minimarket. Anche in passato nelle città europee c’erano delle zone abitate da ebrei o da lavoratori ospiti. Gli immigrati di un tempo però si contavano in qualche decina di migliaia, non in milioni di persone. Non usufruivano come oggi di generosi sussidi e servizi sociali, e per questa ragione facevano ogni sforzo per integrarsi nella società ospitante. Adesso invece molti immigrati, soprattutto musulmani, si auto-segregano volontariamente in comunità separate, e non socializzano con i vicini tedeschi, inglesi o francesi. I predicatori gli insegnano che i loro valori e le loro tradizioni sono di gran lunga superiori a quelli degli infedeli, e che ogni contatto con loro è indesiderabile.

Negli europei cresce il timore di ritrovarsi stranieri nella propria terra, e che ormai sia troppo tardi per fermare questo processo. Già nel 2004 a Bruxelles più del 55 per cento dei neonati erano figli di immigrati; nella regione tedesca della Ruhr entro pochi anni più della metà delle classi d’età sotto i trent’anni saranno di origine etnica non tedesca; fra cinquant’anni gli Stati Uniti avranno più di 400 milioni di abitanti, mentre la popolazione dell’Unione Europea potrebbe essere meno numerosa di quella del Pakistan o della Nigeria. Chi lavorerà nelle fabbriche dell’Europa priva della sua gioventù? Chi servirà negli eserciti europei, gli ultraquarantenni? La spiacevole verità, scrive Laqueur, è che l’Europa non sta diventando una superpotenza, ma si trova nel bel mezzo di una crisi esistenziale. La posta in gioco non è il ruolo egemonico mondiale, ma la sopravvivenza. Prima della fine del secolo alcune aree del continente potrebbero diventare dei parchi a tema per i turisti provenienti da altri continenti. Le guide gli mostreranno i monumenti dicendo: “Signore e signori, state ammirando ciò che resta di una civiltà altamente sviluppata che un tempo dominò il mondo, e che ci diede le cattedrali, Shakespeare, Beethoven e tante altre cose meravigliose” . Il declino del vecchio continente, anche se irreversibile, potrebbe però essere graduale, e non c’è ragione di pensare ad un collasso improvviso. Il dibattito dovrebbe concentrarsi sull’individuazione delle tradizioni e dei valori europei che possono ancora essere salvati. L’età delle illusioni, conclude Laqueur, è finita.

Guglielmo Piombini (Il Foglio)

Posted by: winterrabbit | 17, Ottobre, 2007

Soluzioni intelligenti

Il Guardasigilli prepara l’indulto bis di Anna Maria Greco

Roma - Aumentano di 1.000 al mese i 47mila detenuti nelle carceri. Tra un anno e mezzo ritorneranno a essere quanti erano prima dell’indulto: 63mila, per 43mila posti regolamentari. Sovraffollamento in crescita, insomma, se non ci saranno interventi strutturali. E gli psicologi già lanciano l’allarme per il rischio di rivolte.

Ma al ministero della Giustizia hanno trovato l’uovo di Colombo: utilizzare gli agenti penitenziari anche per sorvegliare i detenuti che ottengono i benefici della legge Gozzini, e farne uscire dalle celle il più possibile. «È una sperimentazione - spiega il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Ettore Ferrara - che avvieremo presto in alcune città, per indurre i magistrati di sorveglianza a fare più spesso uso di misure alternative alla detenzione. La strada è questa: il tasso di recidiva tra chi ottiene misure alternative è sotto il 20%, per gli altri è il 60-70%. Oltretutto, ogni detenuto nei penitenziari costa allo Stato una grossa cifra e se stanno fuori di più, ci potranno essere maggiori risorse per assumere nuovi agenti». Ferrara è accanto al ministro della Giustizia, alla conferenza-stampa convocata per replicare alle polemiche seguite all’inchiesta del Giornale,ai servizi tv di Striscia la notizia e a interventi di altri quotidiani, sui penitenziari inutilizzati. A Clemente Mastella chiedono se c’è contraddizione su questo premere sull’acceleratore delle misure della Gozzini e il «pacchetto sicurezza», che prevede un giro di vite sui benefici penitenziari, almeno per reati che destano allarme sociale come rapine, scippi, incendi boschivi.

«La cosa più importante - replica il Guardasigilli - è garantire la certezza della pena, o in carcere o con misure alternative. L’idea che ci sia una differenza tra micro e macrocriminalità è una sciocchezza, la criminalità è una sola». Ma chi dovrebbe lasciare il carcere in misura maggiore? «Tra i detenuti ci sono spacciatori, drogati ed extracomunitari: i clandestini sono il 40% e con una modifica alla legge Bossi-Fini la situazione potrebbe cambiare». Mastella respinge le critiche sull’indulto. È vero che presto i penitenziari saranno pieni come prima, sottolinea, ma senza il provvedimento di clemenza oggi la situazione sarebbe «devastante»: a quota 78mila detenuti. Costruire nuove carceri è lungo e dispendioso. E, avverte il Guardasigilli, spetta al ministero delle Infrastrutture, che deve stanziare i fondi. Un piano per 70 milioni di euro c’è, ma Mastella deve vedersela con il suo grande antagonista Antonio Di Pietro. Lui può occuparsi solo di ampliare e ristrutturare le sezioni già esistenti: così sono stati recuperati 3.300 posti e nel triennio 2007-2009 ce ne saranno altri 4mila.

E le più di 50 prigioni vuote? 34 fanno parte delle 350 case mandamentali per 20-30 detenuti, nate nel ’75 per gli imputati a disposizione del pretore. Abolite le preture sono state per lo più dismesse, anche perché antieconomiche e restituite ai Comuni proprietari, per destinarle ad altri usi. Il Dap su di esse non ha più competenza. Altri 15 istituti sarebbero aperti o devono essere riconsegnati dopo una ristrutturazione, come quello di Gela. Per chiudere Pianosa c’è stata una legge del Parlamento. Solo 6 sarebbero «in situazioni di stallo»: la procedura di permuta si è arenata. Ma bisognerà poi valutare se conviene utilizzarle. Ferrara spiega che in alcuni casi le strutture vengono chiuse perché il personale è insufficiente. E come si può pensare, allora, di mettere gli agenti a guardia di 30mila detenuti in semilibertà o in permesso premio? Sulla carta, i baschi azzurri sono 45mila, circa 1 per ogni detenuto. La media europea è 1 a 3. Quella Usa 1 a 7. Ma Ferrara dice che hanno una mole di incarichi diversi che all’estero. Per l’ex Guardasigilli Roberto Castelli, ogni giorno ne lavora solo la metà. «Alcuni sono assenti per motivi legittimi (turni, malattie…), altri no. Non sono mai riuscito a vederci chiaro».

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Posted by: winterrabbit | 17, Ottobre, 2007

Welfare

Si cerca l’accordo sul mercato del lavoro. Verso un Cdm in serata. Welfare, l’intesa sulla previdenza c’è. Accordo governo-sindacati a Palazzo Chigi. Il ministro Damiano: «Trattativa a buon punto. Oggi si chiude»

ROMA - Sul welfare accordo ritrovato tra governo e parti sociali. Alle 19 è stato convocato un Consiglio dei ministri per consentire una ulteriore approvazione, da parte dell’esecutivo al completo, del nuovo testo del disegno di legge da presentare il Parlamento. Il Cdm ha un solo punto all’ordine del giorno: «esame del testo definitivo del disegno di legge sul welfare». In mattinata è stato trovato l’accordo tra governo e sindacati (Cgil, Cisl, Uil e Ugl) sulla trasposizione nel ddl sul welfare delle norme riguardanti la previdenza dell’accordo del 23 luglio.

L’OK DI MONTEZEMOLO - Mentre nel pomeriggio il governo ha raggiunto l’intesa con Confindustria e sindacati sulla parte del testo del disegno di legge sul welfare che riguarda i contratti a termine. «E’ un testo condivisibile» ha approvato Luca Cordero di Montezemolo. «Non ho capito - ha aggiunto però il presidente di Confindustria - perché tutti questi confronti rispetto a un testo concordato». Sui contratti a termine: «E’ stato sciolto il nodo» ha assicurato. Lavoro e previdenza erano i due nodi della discussione tra esecutivo e parti sociali.

RITORNO AL PASSATO - Fonti sindacali hanno sottolineato che sono stati recuperati lo «spirito e i contenuti» del protocollo firmato il 23 luglio. L’intesa riguarda sia la parte previdenziale, su cui era stato raggiunto l’accordo già in tarda mattinata, che quella sul mercato del lavoro, su cui Confindustria ha sciolto le riserve. «È stato raggiunto un accordo su un testo definitivo. È un fatto molto importante che consolida i contenuti dell’accordo di luglio e in qualche punto va anche al di là», ha detto il ministro del Lavoro, Cesare Damiano.

EPIFANI SODDISFATTO - «Finalmente il testo corrisponde esattamente all’accordo firmato», ha detto Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, esprimendo soddisfazione per la nuova intesa. «Sul tema del tempo determinato abbiamo salvato l’impostazione del Consiglio dei ministri, con una clausola di transitorietà che ha consentito un’intesa con la Confindustria», ha aggiunto, «abbiamo rispettato, e fatto qualcosa in più rispetto al mandato che i lavoratori e i pensionati ci hanno dato» con il referendum. «A questo punto il testo corrisponde all’intesa realizzata, e su qualche passaggio è addirittura più chiaro. Per quel che mi riguarda sono soddisfatto».

BONANNI OTTIMISTA - «Le nubi si stanno diradando». È ottimista anche il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, in vista di una possibile soluzione positiva della discussione tra governo e parti sociali sul welfare. «Nel sindacato le cose vanno bene - ha commentato - con il governo c’è stata qualche incomprensione, ma pare che in queste ore si stiano diradando tutte le nubi, segno che il chiarimento è servito». Ma intanto, per novembre, il leader della Cisl ha già in serbo una nuova battaglia: una protesta «forte» di lavoratori dipendenti e pensionati contro le tasse. «Come sindacato - ha detto Bonanni - abbiamo intenzione di raccogliere l’esigenza più forte espressa nelle assemblee pre-referendarie, cioè che i salari sono bassi e che le tasse sono alte. Dobbiamo fare una battaglia per il reddito dei lavoratori».

ANGELETTI - Meno ottimista il leader dell Uil, Luigi Angeletti, che definisce «un buon segnale» la convocazione del consiglio dei ministri sul ddl relativo al protocollo sul welfare e però aggiunge: «Sono curioso di vedere come finisce questo consiglio. Come si dice: se il governo c’è, batta un colpo…». E il sindacalista appare preoccupato anche dal futuro passaggio del ddl in Parlamento: «Se il governo non è in grado di ottenere la fiducia su un accordo fatto con gli altri ne deve trarre le conseguenze: non ha la fiducia del Parlamento».

PENSIONI - L’accordo sulla previdenza prevede che ritornino le quattro finestre di uscita per le pensioni di anzianità, per chi ha maturato quindi i 40 anni di contribuzione, e per quelle di vecchiaia. Per entrambe le categorie le uscite sono assicurate almeno fino al 2011, quando verrà riesaminata la questione. Un’intesa è stata raggiunta anche per la parte relativa all’obiettivo di mantenere almeno il 60% della retribuzione per le future pensioni dei giovani. Le parti hanno deciso di trascrivere anche nel dispositivo legislativo la disposizione così come prevista dall’accordo di luglio. Sulle altre due questioni, relative ai lavori usuranti e all’aumento dei contributi dello 0,9%, l’accordo era già stato raggiunto martedì con l’eliminazione del tetto di 5.000 uscite e, per quanto riguarda i contributi, con l’indicazione che l’eventuale aumento sarà deciso solo se non si otterranno risparmi dal riordino degli enti previdenziali. «Ora ci aspettiamo che il governo avvii la procedura parlamentare per l’approvazione del testo sulla base di quanto abbiamo concordato», ha detto il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti.

CONTRATTI A TERMINE - Le nuove norme sul mercato del lavoro stabiliscono che al termine dei 36 mesi è possibile una sola proroga del contratto, davanti all’ufficio provinciale del lavoro con l’assistenza di un rappresentante sindacale. Proroga da cui possono derogare i lavoratori stagionali di quei settori disciplinati dal Dpr del 1963 e di quelli che saranno individuati attraverso avvisi comuni con i sindacati o attraverso accordi contrattuali collettivi. Infine, è stata messa a punto anche una sorta di clausola «transitoria» per risolvere il problema dei lavoratori che al primo gennaio 2008, all’entrata in vigore della legge, si trovino con un contratto a termine in corso. La soluzione individuata dovrebbe prevedere che per questi il conteggio dei 36 mesi, parta dopo 15 mesi dall’entrata in vigore della legge, e cioè da aprile 2008.

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Posted by: winterrabbit | 17, Ottobre, 2007

Astensione

Riforme costituzionali, la Cdl compatta si astiene

Roma - E’ arrivato il primo ok in commissione Affari Costituzionali di Montecitorio alla riforma costituzionale. È stato approvato infatti il mandato ai relatori, Sesa Amici (Ulivo) e Italo Bocchino (An), a riferire in Aula. Come annunciato l’Unione ha votato a favore (tranne il Pdci, assente) e l’opposizione si è astenuta. Il testo approderà in Aula per la discussione generale lunedì prossimo, 22 ottobre.

Astenuta la Cdl. La Cdl si è astenuta sul testo di riforme costituzionali per significare la “comune volontà di rendere chiaro a tutti che il proseguimento dell’iter parlamentare della legge non può essere inteso come una sorta di salvacondotto per la sopravvivenza di un governo che tutto il centro destra considera giunto al termine della sua corsa”. Lo hanno annunciato, in una nota congiunta, i capigruppo dei partiti di centrodestra alla Camera riferendosi al lavoro in commissione Affari Costituzionali.

Fini conferma. E l’autorevole conferma è del leader di An, Gianfranco Fini. “Abbiamo una posizione unitaria - ha spiegato Fini - Si va verso l’astensione motivata”. Gianni Alemanno ha spiegato che la decisione presa dal centrodestra dipende dal fatto che “la formulazione del Senato federale che esce dal testo non è chiara e non è adeguata a creare un vincolo forte fra le autonomie regionali e quello che è l’interesse nazionale”. La Cdl “è favorevole al taglio dei parlamentari - ha aggiunto - ma riteniamo che l’attuale formulazione del Senato federale sia inadeguata”. Elio Vito, capogruppo di Fi, ha spiegato che tra le condizioni poste dalla Cdl c’è quella di far partire l’esame della legge elettorale dalla Camera e non dal Senato. Il voto in commissione è previsto per oggi pomeriggio alle ore 15, mentre il testo di riforma costituzionale è atteso nell’aula di Montecitorio per il 22 ottobre.

“Berlusconi soddisfatto per l’unità della Cdl”. Silvio Berlusconi è molto soddisfatto per la compattezza dimostrata oggi dalla coalizione. Ha aggiunto Vito che ha spiegato di aver sentito telefonicamente il leader di Fi. Il presidente dei deputati azzurri ha sottolineato che la posizione del centrodestra non rischia di allungare la vita del governo: “Assolutamente no”, ha tagliato corto Vito.

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Posted by: winterrabbit | 11, Ottobre, 2007

Cofferati abbandonato…

Bologna, la sinistra lascia Cofferati

Bologna - La maggioranza di centrosinistra che finora ha governato il Comune di Bologna, sostenendo la giunta guidata da Sergio Coferati, non c’è più. Le fibrillazioni delle ultime settimane si sono trasformate in un atto concreto: Rifondazione Comunista, i Verdi, la Sinistra Democratica, lo Sdi, gli occhettiani de “Il cantiere” e il Pdci hanno formalizzato nelle ultime ore l’addio a Cofferati. “Il vincolo di maggioranza è sciolto“, si legge nel documento licenziato ieri sera dai partiti della sinistra dell’Unione, che accusano Cofferati di non aver garantito coesione e collegialità all’azione amministrativa. Sullo sfondo della rottura, maturata attraverso una serie di contrasti che avevano per argomento soprattutto i temi della legalità, la paventata ipotesi di un accordo di Cofferati con An in materia di sicurezza, l’atteggiamento critico del sindaco per il modo in cui Questura e Prefettura hanno recentemente gestito, lo stato di disagio di alcuni assessori per l’atteggiamento scarsamente coinvolgente del sindaco nei loro confronti. E, non ultimo, il problema della ricandidatura o meno di Cofferati per le amministrative del 2009. La situazione rischia ora di paralizzare l’amministrazione comunale di Bologna. Non c’è più la maggioranza nata dal voto che nel 2004 portò Cofferati a riguadagnare Bologna al centrosinistra, e questo potrebbe creare problemi seri al sindaco soprattutto in occasione del voto per la prossima manovra di bilancio. Cofferati fino a ieri aveva detto che sarebbe andato avanti comunque. Poi il fatto nuovo delle ultime ore, con l’abbandono della maggioranza da parte della sinistra dell’Unione. Si attendono ora le valutazioni di Cofferati, che in tarda mattinata incontrerà la stampa per dire la sua.

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Posted by: winterrabbit | 11, Ottobre, 2007

Bocciatura

Finanziaria bocciata in Senato. E Tps vuole la tassa sui turisti

Roma - La commissione Difesa del Senato ha approvato il parere contrario alla Finanziaria 2007 redatto dal presidente Sergio De Gregorio con 13 voti favorevoli e 12 contrari. L’Unione si trova in minoranza in commissione, dopo che l’anno scorso De Gregorio, eletto nelle file dell’Italia dei valori, è passato con le opposizioni che l’hanno eletto presidente della stessa commissione. La Finanziaria ha però ottenuto il parere favorevole di altre sei commissioni del Senato: Lavoro, Industria, Istruzione, Agricoltura, Ambiente e Politiche comunitarie. Tutti e sei i pareri contengono osservazioni.

Schifani e Bondi critici. “Maggioranza ancora una volta battuta in Senato. In Commissione Difesa l’Unione è stata significativamente sconfitta sulla manovra Finanziaria. Si tratta di un nuovo evidente segnale delle crepe che stanno sfaldando il centrosinistra e che preannuncia quello che potrebbe accadere in tempi molto brevi”. Lo dice ai giornalisti il capogruppo di Fi a Palazzo Madama. Renato Schifani. A ruota il coordinatore del partito, Sandro Bondi, che sottolinea: “Possibile che gli uomini politici più responsabili del nostro Paese non si rendano conto, anche dopo il voto contrario della commissione Difesa del Senato, che questa situazione non è più sostenibile e nuoce agli interessi generali dell’Italia? Ci vorrebbe un atto di responsabilità e di amore per il nostro Paese, evitando il prolungamento di una crisi che rischia di intaccare non solo il prestigio dell’intera classe politica ma anche la fiducia nelle istituzioni democratiche”.

Brunetta: “Se il governo cade migliorano i conti”.  “La situazione dei conti pubblici italiani è al paradosso: se questo governo andasse a casa ora, e quindi si andasse all’esercizio provvisorio di bilancio, i conti pubblici anzichè peggiorare migliorerebbero”. Lo sostiene Renato Brunetta, eurodeputato azzurro. A suo giudizio, la finanziaria “non migliora i conti tant’è che se non ci fosse l’attuale legge Finanziaria l’indebitamento netto andrebbe all’1,7- 1,8% o anche meno. Con grande plauso dell’Unione europea, del Fondo Monetario Internazionale e dei mercati internazionali”. “Senza le maggiori spese aggiuntive approvate a giugno e a settembre (welfare, pensioni, rinnovo dei contratti) e con l’andamento positivo delle entrate, ottenuto grazie all’inversione del ciclo economico di fine 2005, il deficit già nel 2007 sarebbe sceso all’1,5%”.

Tassa di scopo turistica. Il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, si sarebbe detto favorevole ad un emendamento alla Finanziaria per riproporre la tassa di scopo turistica. È quanto si è appreso al termine dell’incontro tra il responsabile di Via Venti Settembre, il sindaco e le categorie economiche di Firenze. Al ministro, infatti, il sindaco di Firenze e presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, ha consegnato una lettera firmata da 42 sindaci di diverse città turistiche tra cui Roma, Venezia, Palermo e Taormina, che chiedono un emendamento in questo senso.

Confesercenti: “Gravissimo e autolesionista”.  “Il sì all’emendamento sulla tassa di scopo per il turismo del ministro padoa-schioppa è gravissimo e autolesionista nei confronti di una delle maggiori risorse del Paese”. Così Marco Venturi, presidente della Confesercenti. “Il ministro può legittimamente pensare che le tasse siano bellissime ma non fino al punto di affossare il turismo italiano con un nuovo balzello che lo strangolerebbe in un momento quanto mai difficile. La tassa di scopo - conclude - è la peggiore invenzione che si poteva trovare per il turismo che ha invece bisogno di una riduzione del carico fiscale a partire dall’iva che è più salata rispetto ai nostri diretti concorrenti”.

Posted by: winterrabbit | 11, Ottobre, 2007

Si o no?

Protocollo bocciato da FIAT, Iveco e zanussi. AL petrolchimico vince il sì. Welfare, Rifondazione si asterrà in Cdm. Nelle ex Meccaniche di Mirafioni 821 contrari a 162. Giordano: c’è malessere, astensione in Cdm.

ROMA – Le grandi fabbriche del Nord – a partire dalle ex officine meccaniche di Mirafiori – bocciano l’accordo sul welfare. Ma la grande maggioranza dei lavoratori, chiamati dai sindacati alla consultazione sull’accordo del 23 luglio scorso. hanno votato sì. Dai primi dati diffusi dai sindacati, la prevalenza del sì al referendum sul welfare sarebbe netta: addirittura supera l’82% dei suffragi (il 73% tra i pensionati). I primi risultati disponibili riguardano un gruppo di 115 aziende di diversi settori produttivi, dislocati in differenti aree del paese, per un totale di 96.400 lavoratori attivi. Il dato di affluenza è di circa il 60%.

LE CRITICHE DI CREMASCHI - Un responso apertamente contestato da uno dei segretari nazionali della Fiom, Giorgio Cremaschi, leader di una delle «correnti» del sindacato dei metalmeccanici, la Rete 28 aprile. Cremaschi ha parlato di «dato privo di qualsiasi credibilità reale», a causa di irregolarità nel voto. Per fare un esempio, ha detto Cremaschi, il dato sull’esito della consultazione è stato ottenuto «sommando i voti unicamente di aziende dove ha vinto il sì. Mancano tutte le aziende dove già si sa che ha vinto il no». Per questo, ha concluso, «inviterei la politica e i commentatori ad aspettare prima di dare giudizi e di non correre dietro all’eccesso di solerzia di alcuni funzionari».

RIFONDAZIONE - Il risultato delle urne comunicato dai sindacati non è comunque sufficiente a vincere le resistenze di Rifondazione comunista, che ha già annunciato - visto il «malessere» emerso tra i metalmeccanici - che si asterrà nel Consiglio dei ministri di venerdì dalla votazione sul welfare. E premerà per modificare il protocollo in Parlamento.

PRODI FESTEGGIA - I dati diffusi finora sulla consultazione hanno fatto felice il presidnete del Cosniglio: «Se i dati vengono confermati, sono dati molto, molto buoni che incoraggiano fortemente la decisione presa a luglio. Ed è un appoggio forte alla politica del governo», ha detto Romano Prodi. «È un protocollo che abbiamo voluto, su cui le previsioni erano prevalentemente pessimistiche». Invece, ha aggiunto Prodi, «non solo si è raggiunto un accordo, ma a quanto sembra è anche stato approvato da un larghissimo numero di interessati». E sull’esito del voto per l’approvazione formale del protocollo in Consiglio dei ministri, vista la decisione di Rifondazione di astenersi, Prodi ha commentato: «Io la chiedo e la cerco sempre, ma non è necessario che il Consiglio dei ministri approvi sempre all’unanimità. Ci possono essere, in alcuni casi, opinioni divergenti».

Posted by: winterrabbit | 11, Ottobre, 2007

Ricchi… e poveri

L’istat: con la Finanziaria 155 euro in più di reddito medio. Sconti fiscali per 18 milioni di famiglie. Con la manovra «marcata riduzione dell’intesità di povertà», fino a 524 euro in più per i nuclei meno solidi.

ROMA – L’Istat promuove la Finanziaria, in grado, sostiene l’istituto nazionale di statistica, di alleviare «l’intensità della povertà» in maniera marcata. Secondo il presidente dell’Istat, Luigi Biggeri, in audizione davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, gli sconti fiscali previsti dalla manovra approvata dall’esecutivo (bonus incapienti, sgravi Ici e detrazione affitti) interesseranno nel complesso 18 milioni di famiglie.

BONUS INCAPIENTI – In particolare, ha detto Biggeri, il «bonus incapienti» previsto dalla manovra 2008 produrrà una «marcata riduzione dell’intensità di povertà». Con il taglio dell’Ici, le detrazioni per gli affittuari e il bonus, ha spiegato, “in termini distributivi si ridurrebbero gli indici di disuguaglianza di circa 2-3 decimi di punto percentuale. Tuttavia, a differenza di precedenti interventi di riduzione delle situazioni di disagio, si avrebbe una marcata riduzione dell’intensità di povertà (pari a quasi 1 punto percentuale), grazie al rimborso forfettario alle famiglie che non pagano l’Irpef”. Anche se, ha precisato, allo stato attuale, “questo intervento ha natura temporanea“.

REDDITO MEDIO IN AUMENTO - Le misure fiscali contenute nella manovra (bonus incapienti, sgravi Ici e detrazioni affitti) «farebbero aumentare in media di 155 euro il reddito disponibile familiare (+0,5%)», secondo i calcoli dell’Istat citati da Biggeri. Il guadagno medio delle misure fiscali, considerate nel loro complesso, «varia da 524 euro per quelle più povere a circa 100 euro per quelle più ricche». Secondo le simulazioni dell’Istat, «l’aumento più consistente andrebbe alle famiglie con più di 4 componenti e ai nuclei con persona di riferimento operaio (rispettivamente 413 e 223 euro in media); all’opposto le famiglie con uno o due componenti e con persona di riferimento anziana o pensionata riceverebbero guadagni relativamente ridotti (tra 85 e 119 euro)».

BAMBOCCIONI ANCORA A CASA – Eppure, malgrado le misure per le fasce di reddito più basse, i «bamboccioni», secondo l’ormai celebre definizione del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, resteranno probabilmente a casa con mamma e papà. Per il 70% dei giovani che vive con i genitori la manovra potrebbe non bastare: il reddito degli under 3o resterà ancora «troppo basso», ha rilevato il presidente dell’Istat, per non dire del peso di affitti che appaiono esorbitanti, almeno in rapporto al reddito. Per Biggeri, «l’uscita dalla casa dei genitori potrebbe esser ostacolata dai livelli di reddito che, in oltre i due terzi dei casi, non superano i 1.000 euro mensili, e in quasi un terzo non raggiunge i 500 euro. Nel 2005 - ha spiegato Biggeri - in Italia i giovani di età compresa tra i 20 e i 30 anni sono pari a circa 8 milioni di individui. Tra questi, solo 2,432 milioni (30,3%) sono già usciti dalla casa dei genitori, andando a costituire un complesso di circa 1,9 milioni di famiglie». Si rileva, ha aggiunto il presidente dell’Istat, «che ben il 32,4% delle famiglie con persona di riferimento sotto i 30 anni vive in affitto, contro un valore medio nazionale del 18,4%, e che l’abitazione incide per quasi un terzo sulla spesa mensile di queste famiglie, con valori particolarmente elevati nelle aree metropolitane. Infine - ha concluso - si osserva che circa 2,9 milioni di giovani tra i 20 e i 30 anni vivono ancora nella famiglia d’origine, pur avendo un occupazione».

SEMPLIFICAZIONE FISCALE PER LE IMPRESE - La semplificazione fiscale per le imprese coinvolge «circa 650 mila contribuenti, il 15% delle imprese attive e un quarto degli imprenditori individuali, professionisti e autonomi», ha detto inoltre il presidente dell’istat. Incidenze superiori alla media per costruzioni (28,1%), professionisti (31,2%) e servizi sociali (34,5%); bene anche per il commercio al dettaglio: poco meno del 40% di questi soggetti si trova nel Mezzogiorno.

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Draghi, Sangalli, ministero della difesa senza soldi, Bce.

Posted by: winterrabbit | 11, Ottobre, 2007

Visco e tasse

La scoperta di Visco: “Tasse mai così alte dal dopoguerra”

Roma - Visco se n’è accorto. Dopo che proteste e lamentele sono arrivate dappertutto, dev’essere stata l’illuminazione del verduriere sotto casa. “A mini’, ma quanto so’ alte ’ste tasse!”. Il viceministro se n’è accorto e stamattina in commissione Finanze al Senato ha detto finalmente la verità: “La pressione fiscale in Italia ha ormai raggiunto il massimo al dopoguerra. Impensabile fare ricorso a nuove tasse”. Secondo Visco, però, il pareggio di bilancio è a un passo, anzi, a una manovra di distanza, quella eventuale dell’anno prossimo.

Tocca al parlamento. “Rispetto agli strumenti che il governo può utilizzare - puntualizza Visco - la pressione fiscale, che ha raggiunto livelli pressoché ineguagliati nella storia del dopoguerra, non può essere più incrementata. Quanto alla spesa corrente, viceversa - aggiunge - più che l’esecutivo sarà il parlamento a dover individuare le misure per eliminare la spesa corrente improduttiva e ridurre drasticamente gli sprechi”.

I conti dello Stato. Visco rivendica al governo il merito di aver riportato sotto controllo le dinamiche dalla finanza pubblica. “L’uscita dalla fase di emergenza dei conti pubblici, nella quale versava il Paese all’avvio della legislatura e che giustificava ampiamente la terapia d’urto posta in essere l’anno scorso - sottolineato -. E’ stata conseguita grazie a una crescita importante e strutturale del gettito erariale, a sua volta derivante da un sostanziale mutamento delle aspettative dei contribuenti”. Ora il risanamento è a portata di mano. “Non vi è dubbio - conclude - che, ricorrendo a un’ulteriore manovra correttiva nel prossimo esercizio, potrà essere conseguito l’obiettivo del pareggio di bilancio”.

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Posted by: winterrabbit | 9, Ottobre, 2007

Lamentele

Visco: “L’Italia è in declino” di Fabrizio Ravoni

Roma - Doveva essere un incontro sulla «cultura economica del Partito democratico». È finito per essere un j’accuse al governo, alla classe dirigente della sinistra e del futuro Partito democratico, alla classe politica. Cosa singolare che il j’accuse arrivi da esponenti come Walter Veltroni, Luigi Spaventa, Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco. La prima freccia la scaglia il viceministro dell’Economia. «L’Italia è un Paese chiaramente in declino, oberato da un debito che non è soltanto quello pubblico, ma anche quello previdenziale: insieme assorbono il 20% del Pil; in altri Paesi il peso è del 15%». E il Fondo monetario rivede al ribasso le previsioni di crescita dell’Italia per il 2008: sarà dell’1,3% contro una stima del governo dell’1,5%. Veltroni prova a scherzare: «Gli economisti non sono mai allegri di loro; quelli di sinistra, poi, sono una miscela micidiale». E Visco, anche in risposta alle punzecchiature di Spaventa, replica: «Non è vero che sono antipatico». Ma quello del sindaco di Roma è solo un diversivo: «Penso che la crisi del Paese sia molto profonda. Siamo arrivati - prosegue - nel punto più preoccupante di avvitamento». E le cause di questo avvitamento le fa risalire alle mancate decisioni. «Mi fa paura - dice - una democrazia che non decide». E se non riesce a decidere è perché i partiti hanno appesantito le istituzioni: «Hanno traslato il loro peso sopra».

Premette che non vuol fare la retorica sull’«antipolitica», ma osserva che in Italia c’è un «sistema abnorme della politica. Noi abbiamo un Parlamento fatto da mille persone. Se queste mille persone non decidono, il cittadino ha ragione a chiedersi cosa ci stanno a fare». E anche perché ha una striminzita maggioranza, il governo invia sempre meno provvedimenti in Parlamento. «Noi del Pd dobbiamo dare risposte immediate: sulla sicurezza, sulla Tav, sul debito. Siamo stati troppo tempo a palleggiare ’sta roba. Dobbiamo avviare una terapia d’urto: il Paese è fermo, non c’è fiducia». E lancia la sua proposta sulla riduzione del debito: «Non basta l’avanzo primario - dice - serve una manovra straordinaria. Dobbiamo valorizzare il nostro attivo patrimoniale per ridurre il debito». Più tardi spiega che dalla manovra straordinaria dovrebbero essere esclusi i beni culturali; ma «per esempio, potrebbero essere cedute a privati le caserme inutilizzate». I beni patrimoniali non strumentali e inutilizzati, secondo la contabilità europea, possono andare a riduzione del debito; gli altri, invece, a contenimento del deficit.

«E comunque - sottolinea - dopo il 14 ottobre si dovrà avviare una discussione sull’assetto del nostro Paese. Funzionano solo le democrazie che decidono». Come a dire, ora la nostra non lo fa. E chi deve decidere è l’inquilino di Palazzo Chigi. E a riprova dell’incapacità decisionale a ogni livello, Pierluigi Bersani denuncia: «Non riesco a capire perché l’Emilia Romagna (la sua Regione, ndr) blocchi la realizzazione di un rigassificatore solo per l’opposizione dell’Ordine dei medici». E un po’ per prendere le distanze da Padoa-Schioppa, spiega che «l’onere del debito è tale che non potrai mai avere servizi in funzione delle tasse che paghi. Un problema particolarmente avvertito al Nord». In precedenza, Luigi Spaventa, economista vicino alla sinistra, aveva definito il Pd «una dubbia sceneggiata con una classe dirigente che invece di puntare al cambiamento, ha nostalgia per la classe dirigente post bellica».

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